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Calcio

Juventus e plusvalenze, un'altra battaglia del tifo

Al di là dei torti e delle ragioni, continua a perderci il calcio italiano: ad ogni campionato pende un giudizio sospeso. I dati del Report Calcio 2022 e un

Stefano Ravaglia
22.01.2023 11:41

Lo scorso anno la situazione pendente della Salernitana (salvata prima di capodanno dopo mesi di tira e molla), la querelle sul recupero di Bologna-Inter, e ora due mesi in cui la Juventus di Allegri dovrà mettere più fieno in cascina possibile per farsi trovare pronta alla sentenza di ultimo grado sulla questione plusvalenze che ci sarà non prima di un paio di mesi. Per capire se potrà essere in zona Europa, o meno. Il calcio italiano non conosce pace e ogni anno gli asterischi sono sempre una costante sulla classifica ma soprattutto sulla credibilità del pallone nostrano. 

La preconfezionata giustificazione uscita in queste ore da molti tifosi juventini amareggiati, "Eh ma lo fanno tutti", non è mai una giustificazione reale. Però occorre essere chiari come segue: come personalmente vado denunciando da tempo, che siamo alla frutta o all'ammazzacaffé, lo sappiamo tutti pur facendo finta di non saperlo, ed è inutile mettere in piedi le solite faide tra tifosi.

Se diamo una occhiata al Report calcio della FIGC del 2022, liberamente consultabile da tutti sul sito della Federazione, due idee posiamo farcele. Le stagioni prese in esame arrivano sino al 2020-21, per cui inficiate dal peso del Covid che ovviamente ha scombinato i numeri. Ma togliendo questo elemento, spesso preso come scusa ("eh ma sai, con la pandemia..."), dal 2007 al 2019 il calcio ha avuto una perdita aggregata di 4,1 miliardi. In epoca quindi pre-Covid.

L'80% dei bilanci sono in rosso, e, seppur le plusvalenze siano passate da circa 800 milioni a 404, inficiate comunque dall'impatto della pandemia, è palese come di voglia di invertire la rotta non ce n'è manco a spinta. I soldi dei diritti TV passati dal 38% del 16-17 al 47% del 2021, vengono versati a secchiate negli stipendi, che rappresentano il 52% di un bilancio societario, ovvero più della metà. E molto spesso per giocatori di dubbio valore.

È colpa di tutti e di tutto: del malaffare, della cronica voglia di fregare il prossimo, dei tifosi, (sì, anche loro) che vogliono sempre il giocattolo, che battono i piedi se la società non si muove sul mercato, che se ne fregano delle cifre perché "tanto non sono soldi miei", salvo poi andare a contestare il truffaldino di turno chiedendogli di andarsene dalla città. 

Ma chi l'ha fatto entrare nel calcio? Chi ha fatto comprare a un euro il Parma a Manenti? Perché Ferrero ha sfasciato la Sampdoria? E che fine ha fatto Yongong Li, misterioso proprietario (oppure sarebbe meglio usare un'altra parola…) che doveva riportare il Milan in cima al mondo come annunciato nel 2017? Il mondo tritura e dimentica in fretta, e questo non è necessariamente un bene.

Oltre allo storytelling, oggi nel calcio impera la battaglia tra nostalgici e modernisti, confronto che non ha ragione d'essere: ho adorato il calcio anni Novanta per una questione di vissuto personale, ovvero le figurine sull'album, lo stadio ogni domenica alle 14.30 o alle 16, le partite con gli amici nei campetti. 

Ma la nostalgia va soppesata: non dimentichiamoci che quello era il calcio dei Tanzi, dei Moratti, dei Berlusconi, dei Cragnotti, gente che, al netto dei colori di appartenenza e delle singole sensazioni di ognuno, hanno contribuito a elargire miliardi a destra e sinistra, a mio avviso rompendo il giocattolo, seppur beneficiandone dal punto di vista dei trofei sollevati. 

Tutto ciò per dire che la Juventus di colpe ne avrà di sicuro, e ciò verrà comunque stabilito dagli organi competenti, ma bisogna anche allargare il campo. E' una questione di sistema, come sempre. Un sistema non credibile e non sostenibile, che non si rinnova (Abete presidente FIGC al Mondiale 2014, rientrato dalla finestra dei dilettanti), che non vuole cambiare rotta, che non vuole includere i tifosi perché sono polli da spennare, e di una comunicazione (facciamo pure autocritica) svilita dal gossip e dal linciaggio mediatico, che combatte le sue personali battaglie contro questo o quello per obbedire alla linea editoriale. 

Sapere di calcio oggi, purtroppo, non vuol dire sapere solo di tattica e fuorigioco, bensì di diritto sportivo, economia, marketing e chissà quante altre cose. Non credo vada chiesto questo sforzo ai tifosi, ma cerchiamo di stare al passo, ampliare i discorsi e documentare le nostre tesi, invece di perderci in una battaglia ideologica dove si “gode” a vedere le disgrazie altrui. Chi continua a perderci è l'immagine e la credibilità di un calcio già mortificato da lungo tempo.

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