Il protagonista della settimana è il modo di intendere il calcio di uno dei club più prestigiosi al mondo, l'Ajax AFC. Da Cruyff a de Jong: il calcio totaleIl calcio consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare”. Nella notte di Champions del 5 marzo 2019, le parole utilizzate da Johan Cruyff per esprimere il significato del football in un dictat breve, conciso ed autentico hanno tuonato prepotentemente su uno stadio, un palcoscenico, un team, un mondo che soli nove mesi fa si accingeva a innalzare al cielo la tredicesima Coppa dei Campioni della propria storia - la terza di fila - e che ieri sera si è visto costretto a inginocchiarsi al cospetto degli Arcieri olandesi di Erik ten Hag. I numeri parlano chiaro: quattro frecce scagliate in direzione dell’orgoglioso petto del Real Madrid e cuore avversario trafitto altrettante volte davanti sotto la pioggia di fischi dei supporter madrileni e il sereno della gioia incontenibile degli olandesi. “Heldhaftig, Vastberaden, Barmhartig" l’Ajax apprezzata al Bernabeu, proprio come il motto che distingue la città Amsterdam, "valorosa, decisa, misericordiosa". Il sonoro 4-1 rifilato ai Galacticos pone le basi in una concezione del calcio rimasta immutata e addirittura perfezionata, nel corso degli anni, presso il De Toekomst, centro sportivo biancorosso il cui nome, guarda caso, se tradotto in italiano, sta a designare “Il Futuro”, lo stesso su cui si fonda l’intero modus operandi del club più titolato d’Olanda. Sin dalla propria nascita, infatti, l’Ajax non ha mai cessato di partorire ragazzi accomunati da una prospettiva gloriosa nella storia del calcio. Da Rijkaard a van Basten, da Seedorf a Davids, passando attraverso cognomi del calibro di Cruyff, Sneijder, Van Der Vaart, De Boer, Kluivert, Bergkamp, Maxwell, Ibrahimovic, Overmars, Suarez, Chivu, Eriksen, Huntelaar, Milik: nel capoluogo olandese è una continua caccia al nuovo fenomeno da coccolare, far crescere e vendere alle big d’Europa più potenti e affamate di talenti. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Già, perché prima ancora che il numero di maglia e le lettere scolpite sulla schiena del singolo giocatore sono più importanti la tecnica e il gioco di squadra che danno luogo, identificandolo, al famoso concetto di “calcio totale” inseguito dai più grandi allenatori di tutti i tempi. Quella dell’Ajax è una tradizione che non muore mai e che ieri, a distanza di cinquant’anni dalla nascita della formazione più devastante di sempre - il team dei Tulipani di Crujff e co. -, ha imposto il proprio predominio sui Galacticos di Santiago Solari, finiti in un turbinio di passaggi e gol. Preludio, gli stessi, del tramonto di un’epoca d’egemonia europea che nessuno, negli ultimi tre anni, è riuscito a scalfire. Il continuo movimento delle pedine di ten Hag, il pressing incessante sui primi e secondi portatori di palla del Real e il preciso fraseggio tra tutti i reparti di gioco hanno contribuito, assieme alle marcature di Ziyech, Neres, Tadic e Shone, ad affondare la macchina scarica e impaurita di Florentino Perez, bersaglio numero uno della tifoseria Blanca al termine della storica disfatta totale delle Merengues. L’accozzaglia di campioni si è rivelata fragile come un pugile alle corde davanti alla sinfonia perfetta degli Arcieri e al loro modo di intendere il calcio. La visione di gioco del neoblaugrana de Jong, le puntuali letture difensive di Blind e de Ligt, la voglia di rivalsa di Tagliafico, l’esperienza di Shone, i dribbling ubriacanti di Tadic e la rapidità di Ziyech e Neres sono stati vere e proprie spine velenose nei fianchi del Real, incapace di reagire nonostante il vantaggio conseguito nella gara d’andata degli ottavi di finale alla Johan Cruijff Arena. La rete realizzata al 70’ da Asensio si è rivelata l’ultimo respiro esalato dal pugile tramortito e caduto definitivamente al tappeto, due minuti più tardi, dinanzi alla tanto seducente quanto letale melodia dell’orchestra avversaria. E gli dei, quando abdicano, non possono non farlo solo ed esclusivamente in favore dei propri figli, i Godenzonen (lett. “eredi degli dei”), un altro soprannome, guarda un po’, dell’Ajax. La storia del club di Amsterdam, nella sua ciclicità, non cessa di insegnare: la spregiudicatezza della gioventù e la maturità dei pochi più anziani presenti in rosa si fondono nell’ambizione comune di stupire e conquistare l’Europa, per far sì che quello del Bernabeu non sia un verdetto stridente e sporadico nel corso degli eventi contemporanei della Champions League. D’altronde, se il passato è il dna del futuro, the show must go on!
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