Il mondo del Settore Giovanile calcistico è decisivo per la formazione dei campioni del futuro. Una realtà difficile, impervia e caratterizzata da tantissime sfaccettature. Il Pallone Gonfiato ha intervistato l’esperto e vincente allenatore Davide Ciampelli, tecnico che ha ottenuto successi importanti nel Settore Giovanile del Perugia tra il 2012 e 2018. Nel suo palmares si conta la vittoria del campionato Allievi Nazionali Lega Pro, il Torneo Nereo Rocco e soprattutto lo storico playoff vinto a Torino contro la Juventus nel 2015 con l’Under 17. L’allenatore umbro è arrivato fino alla Prima Squadra con il Perugia come allenatore in seconda, sotto le gestioni GiuntiBreda e Nesta in Serie B. 

 

Gli inizi nel mondo del calcio e l'approdo nel professionismo 

 

Quando ha capito che il suo futuro nel mondo del calcio sarebbe stato quello di allenatore?

“Tutto è cominciato osservando Marcello Lippi ai tempi della Juventus. Un allenatore che ho osservato con tanta attenzione, più di quanto facessi con i calciatori in campo da lui schierati. Ero ancora un adolescente, ma il fascino di questa figura aveva esercitato su di me un certo entusiasmo per il ruolo, anche se la mia volontà all’epoca era di voler intraprendere una carriera da calciatore. Purtroppo gli infortuni non mi hanno permesso di coronare questo sogno. All’età di vent’anni, decisi che le soddisfazioni non ottenute da calciatore, potevo ottenerle da allenatore. Mi sono sentito a mio agio in questa veste fin dal principio, quando iniziai ad allenare nel Settore Giovanile del mio paese con i Primi Calci. Allenare per me non è mai stato un hobby, ma una passione che con il tempo è diventata un vero lavoro. Ci sono stati momenti in cui tutte le scelte che stavo prendendo nella mia vita - familiari e universitarie – si collegavano a questo fine”.

 

Com’è iniziata la sua carriera a livello di Settore Giovanile?

“Iniziai allenando i bambini dei Primi Calci con il San Secondo, squadra del mio paese, per poi passare ai Pulcini del Città di Castello, dove sono rimasto fino ai Giovanissimi Regionali. In seguito approdai a Bastia, dove allenai gli Allievi Sperimentali per poi intraprendere la scalata nel Settore Giovanile del Perugia. La svolta nel giugno 2016, quando riuscii da entrare a Coverciano, dove ho ottenuto la licenza di allenatore professionista UEFA A. Ciò mi ha portato a lasciare il mio precedente lavoro, vivendo di calcio a tutti gli effetti. Il mondo del calcio è difficile e imprevedibile, però questa scelta mi ha realizzato in maniera soddisfacente a livello professionale. Mi rende particolarmente orgoglioso di questo percorso l’aver intrapreso tutte le categorie a livello di Settore Giovanile fino ad arrivare in Prima Squadra in Serie B. Tutto ciò è stato reso possibile da diversi fattori: nel mio cammino ho sempre trovato persone che vedevano in me una figura che poteva crescere e che avrebbe dato qualcosa in più ai ragazzi, considerando anche i miei studi universitari in pedagogia. Altro fattore fondamentale è stato il mio amore per il calcio, che mi ha portato alla fine di ogni stagione ad avere la necessità di voler intraprendere qualcosa di diverso. Non mi sono mai sentito contento di quanto fatto nella stagione precedente. Anzi, sentivo che mi stava stretto. Ogni anno c’era la volontà di voler esplorare una categoria differente. Aver fatto tutto questo per gradi, mi ha dato la possibilità di capire meglio come fosse il calcio giovanile, ma anche quello a livello di Prima Squadra. Questo percorso mi ha permesso di raggiungere molti dei miei sogni senza nessuna scorciatoia. I risultati sono arrivati grazie allo studio e alla dedizione: può essere brutto da dirsi, ma in questo mondo chi non ha avuto un passato da calciatore importante, sa che deve dimostrare più degli altri. Tanto studio e applicazione, volontà e capacità di guardare oltre. Dentro di te il calcio non deve essere un diversivo ma qualcosa di più”.

 

Com’è stata l’esperienza nel Settore Giovanile del Perugia U17 e U19 e quali sono i ricordi migliori?

“Sono arrivato a Perugia nel 2012, periodo di grandi cambiamenti a livello societario e anche di Settore Giovanile. Nel Perugia, non avrei mai pensato che dagli Allievi Nazionali in Lega Pro sarei approdato sino alla Serie B per poi vivere 6 anni a quel livello, intensi dal punto di vista emotivo. Giungere ad allenare il Perugia è stato il coronamento di un sogno. Ciò mi ha permesso di rendere concreto il mio percorso e la mia scelta di lavorare nel mondo del calcio. I ricordi migliori? Tanti. Il campionato Allievi Nazionali vinto in Lega Pro, il playoff vinto a Torino contro la Juventus in ambito Allievi Nazionali Serie A – Serie B, la conquista del torneo Nereo Rocco a Firenze e il Torneo di Viareggio, dove la Primavera riuscì a superare il girone dopo tanti anni. Sono molto orgoglioso di quegli anni a servizio del Perugia nel Settore Giovanile, perché tutti questi successi sono stati ottenuti con quattro squadre diverse. Nel Settore Giovanile devi essere talmente elastico da riuscire a tirare fuori tutto dai giocatori che hai, per poi essere pronto a ripartire da zero. Sono riuscito a essere in totale simbiosi con tutte le squadre che ho allenato. L’unico rimpianto? Avrei voluto fare un altro anno con la Primavera, un campionato che mi ha sempre affascinato sin da ragazzino. Con mio padre assistevamo sempre alle partite del Perugia Primavera. E’ arrivata la chiamata in Serie B come allenatore in seconda del Perugia, non potevo dire no. Un sogno. In questo percorso devo ringraziare il presidente Santopadre che ha avuto stima e fiducia in me fin da subito, dandomi stimoli importanti ogni anno. Questo salto non è stato semplice: avevo trovato nelle giovanili la dimensione giusta per esprimere il mio calcio, però c’era la volontà di cambiare da parte mia dopo aver dato tutto nel Settore Giovanile perugino. La mia avventura con il Perugia è terminata con l’approdo in Prima Squadra, ma l’esperienza mi ha arricchito come pochi altri. Mi ritengo fortunato ad aver intrapreso questo percorso che mi ha portato tante soddisfazioni a livello professionale”.

 

Quali sono le doti che un allenatore del Settore Giovanile dovrebbe avere? Ci spieghi la sua filosofia di allenamento a livello giovanile.

Fondamentale è creare un linguaggio comune con i propri calciatori, così come dare conoscenze profonde in ogni zona del campo e in ogni momento della partita. La mia filosofia si basa su fondamenti semplici: si va forte dal martedì al venerdì in allenamento, per poi andare ancora più forte la domenica. Mi piace che si riconosca la squadra che alleno per come aggredisce la partita e per l’identità comune che trasmette. Questo è il succo di tutto ciò che esprimo con i ragazzi. Penso che sia l’allenatore del Settore Giovanile che quello della Prima Squadra, debbano comunicare principalmente due concetti ai propri calciatori: uno è la cultura del lavoro che genera senso di appartenenza e lega i ragazzi a un obiettivo comune. L’altro aspetto è l’intensità mentale che si deve dare alla propria squadra. Pretendo molto dai miei giocatori sotto certi aspetti, però questa filosofia mi ha dato molte soddisfazioni e mi ha permesso di valorizzare tutte le risorse umane che ho avuto a mia disposizione in questi anni assieme al mio staff. Un allenatore del Settore Giovanile deve capire che ogni giocatore che ha davanti, ha una propria chiave d’accesso. Ogni calciatore è diverso dall’altro. E’ impossibile allenare una squadra allo stesso modo, è più semplice ma non è corretto. Importante è leggere e interpretare le varie sfaccettature di ogni ragazzo; credo che la differenza la faccia la sensibilità del tecnico rispetto alle esigenze del gruppo e la sua capacità di andare a prendere testa e cuore dei giocatori”.

 

Cosa ne pensa dell’attuale situazione del Settore Giovanile in Italia?

“Il calcio internazionale sta rendendo evidenti tre aspetti: la cilindrata dei giocatori, la tecnica in velocità e il coraggio di giocare. Guardando questi aspetti, l’Atalanta è la squadra più europea con uno stile estremamente riconoscibile. Penso che dal punto di vista metodologico, nella scuola calcio e nella fascia pre-agonistica, dove il lavoro è più “pulito”, l’Italia non sia indietro a nessun paese. Nel nostro paese c’è grande studio e le società stanno inserendo tecnici sempre più preparati all’interno dei propri Settori Giovanili. L’ambito in cui siamo molto indietro rispetto agli altri paesi, è il passaggio dalla fascia agonistica a quella prettamente competitiva che caratterizza le Prime Squadre. Questo è reso ancor più evidente guardando la Youth League, dove il calcio è più rapido, più fisico e quindi più complesso. Un esempio che posso portare è quello che si riferisce alla metodologia: c’è stato un momento in cui i giochi di posizione erano l’unico mezzo di allenamento valido per ogni aspetto. Tecnico, fisico, tattico e mentale. Io credo che sia un ottimo mezzo di allenamento, ma che non possa completare il calciatore sotto tutti questi punti di vista. Penso questo perché manca una parte di tattica individuale così come una parte di lavoro fisico. Ricordo che in passato il grande dubbio nel calcio italiano era quello concernente l’allenamento della forza e in quale fascia di età. Mentre noi ci interrogavamo su questo, negli altri paesi già si stavano allenando sulla forza. Ciò non voleva dire andare in palestra e sollevare pesi. Ci sono tanti modi di allenare la forza. A livello d’impatto strutturale del calciatore sulla partita, l’Italia è molto indietro rispetto al calcio europeo. A livello di cultura calcistica, nel nostro paese abbiamo cercato di imitare Barcellona o Ajax, sapendo che non sono modelli ripetibili nel nostro calcio. In questo momento sto guardando il Settore Giovanile dell’Atalanta, ed è l’unica società di calcio in Italia che riesce ad avere un’unica linea guida dalla prima squadra allenata da Gasperini fino al Settore Giovanile. Un caso a parte nel nostro calcio frutto di tanti anni di lavoro. La nostra cultura è vincente e ha generato talenti; è giusto portare aspetti innovativi, senza dimenticare quelli da sempre presenti nel processo calcistico italiano. Nel nostro panorama si nota bene un fattore su tutti: i giovani che si affacciano al calcio professionistico e che hanno avuto un passato in campionati come quelli di Serie D, sono nettamente più pronti da un punto di vista competitivo, agonistico e mentale. Cosa che non avviene passando dal Settore Giovanile alla Prima Squadra”.

 

Dando uno sguardo al panorama calcistico italiano, emerge il dibattito tra chi “gioca bene” e chi “bada solamente al risultato”. Cosa ne pensa a riguardo?

La mia convinzione è che ogni progetto tecnico debba partire dal miglioramento dei singoli, per arrivare alla crescita della squadra che permette un’organizzazione di gioco importante per ottenere poi il risultato finale, come conseguenza di tutto il lavoro svolto. Il risultato è parte del gioco ed essendo parte di esso, è importante. Chiaramente ha un’importanza diversa tra le fasce di Settore Giovanile e le Prime Squadre, ma non possiamo far finta che non esista. Nascondendoci sul fatto di “giocare bene”. La mia esperienza mi ha portato a costatare che i ragazzi acquisiscono conoscenza ed esperienza quando giocano partite importanti; il calciatore vero sa giocare sotto pressione dominando l’aspetto emotivo che solo la partita può dare. Per giungere a giocare certi match, devono arrivare i risultati oltre alla qualità del gioco espresso e del lavoro settimanale. Anche a livello giovanile, il risultato ha il suo peso. Quando sento dire da qualche allenatore “abbiamo preso gol mentre stavamo costruendo dal basso, ma va bene lo stesso”, onestamente rimango interdetto. E’ nascondersi dietro un dito, perché è un modo di pensare che crea alibi e facili e inutili illusioni. L’obiettivo principale in questo gioco è fare gol. Subire gol, va contro quella natura. In Italia in questo momento c’è un deciso cambio di tendenza: chi insegue il risultato è visto in maniera demoniaca, mentre chi insegue il bel gioco, è visto come un innovatore. Io credo che in tutte le cose debba esserci il giusto equilibrio. Ricordo un pensiero di Allegri, il quale affermò che il “giocare bene è soggettivo”. Il suo pensiero era questo: guardiamo il Liverpool che segna dopo una riconquista e con tre passaggi. Un calcio spettacolare, caratterizzato da grandissima velocità e transizioni continue abbinate a una grande tecnica. Allo stesso modo può essere affascinante vedere un Sassuolo, un Barcellona di Guardiola ecc. però non è possibile che solamente le squadre che palleggiano rappresentino il bel gioco, mentre realtà che realizzano un gol dopo una transizione in quattro secondi, grazie a un’azione straordinaria dal punto di vista tecnico, vadano a rappresentare un gioco inferiore. Il bel gioco è una parte di questo sport, ma noi allenatori siamo giudicati per il risultato”.

Ciampelli

 

L'esperienza negativa tra le fila dell'Anconitana

 

Le esperienze vissute come allenatore in Prima Squadra: Perugia, Jesina e Anconitana. Cosa ci racconta a riguardo?

“La mia esperienza in Serie B con il Perugia come allenatore in seconda nel 2017/18, è stata molto particolare. Nella stessa stagione sono susseguiti tre allenatori differenti (GiuntiBreda e Nesta). Ognuno con modi di lavorare e stili diversi. E’ stata una stagione formativa che mi ha permesso di lavorare con staff differenti, di assimilare le dinamiche che regolano il rapporto squadra-allenatore e di vivere in prima persona le pressioni proprie del calcio professionistico. 

Una volta presa la decisione di lasciare il Perugia, la mia idea era di continuare allenando una Primavera. Non fu così. Arrivò la proposta da parte della Jesina in Serie D e accettai. Volevo un’esperienza in una piazza importante come quella di Jesi. L’avventura è stata intensa, anche se è durata solamente un anno per via di problemi societari. Questa tappa è stata molto formativa per la mia carriera: allenare una Prima Squadra è certamente differente rispetto ad allenare dei ragazzi, seppur in società di blasone. Le responsabilità sono diverse così come le pressioni. Da un punto di vista professionale, l’annata 2018/19 con la Jesina è stata straordinaria. Conclusa con una cavalcata che ci ha portato da essere una squadra ripescata in Serie D all’ottavo posto in classifica. Ho avuto la fortuna di allenare un gruppo di veri professionisti, i quali hanno capito che con un certo tipo di lavoro potevamo arrivare a ottenere qualcosa d’importante. Rimane una parentesi bellissima anche se conclusa in maniera amara, dal momento che io e il mio staff eravamo convinti di continuare il progetto iniziato.

In seguito è arrivata la mia breve parentesi con l’Anconitana. Potrei dire molte cose di facciata, ma non credo che a oggi servirebbero. Penso che in situazioni come queste l’aspetto più importante sia capire realmente quali siano stati i propri sbagli. Sicuramente il mio errore è stato non aver voluto ascoltare le sensazioni negative che mi hanno accompagnato fin dal momento della scelta iniziale. Era fin troppo evidente che non c’erano le condizioni giuste per raggiungere gli obiettivi che l’Anconitana si era prefissata; l’amore incondizionato per il calcio e la convinzione di migliorare i giocatori a disposizione con il lavoro settimanale, in quest’occasione si sono rivelati un’arma a doppio taglio. C’era la grande piazza, c’era il grande stadio, ma mancavano molte altre condizioni. Nel mio percorso di allenatore sono stato fortunato perché per molti anni ho potuto parlare di calcio come piace a me, ma ad Ancona questo non è stato possibile. La differenza tra Settore Giovanile e Prima Squadra è che nel primo, quando il tecnico e lo staff danno tutto ai propri calciatori, il tutto viene percepito dai ragazzi che lo fanno proprio. Nelle Prime Squadre il discorso è diverso: a volte non basta essere professionali nella proposta settimanale, infatti, va considerata anche l’influenza di fattori esterni che non sempre sono direttamente collegati agli aspetti del campoE’ stata l’ennesima dimostrazione che vince sempre la squadra, sia quella visibile in campo che quella invisibile fuori, rispetto al gruppo”.

 

Grazie mille per essere stato con noi e un saluto da tutta la redazione de Il Pallone Gonfiato!

“E’ stato un piacere. Grazie a voi”.

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