Vlahovic Juventus
Serie A

Costruire non è importante, è l'unica cosa che conta: analisi della crisi juventina

Dirigenza, allenatore, e da ultimo i giocatori, forse i meno colpevoli: l'annata no della Juventus, almeno fino a questo momento, analizzata da tutti i punti di vista.

Stefano Ravaglia
27.10.2022 07:45

Non sappiamo quanto durerà l'avventura di Spalletti a Napoli, di certo nel prossimo giugno la sua destinazione ideale sarebbe la Juventus. Perché? I bianconeri si trovano nella stessa situazione di Napoli, Roma e Inter prima dell'arrivo dell'allenatore toscano. Rinverdire, ricostruire, rivitalizzare. E' quello di cui, pur mancando tre quarti di campionato ancora alla fine, avrebbero bisogno i bianconeri, mortificati e frustati dal Benfica, con buona pace degli ultimi venti minuti, visto che la partita ne dura 90. 

La situazione bianconera va analizzata da vari punti di vista. Innanzitutto partendo da quella frase bonipertiana: “Vincere non è importante ma è l'unica cosa che conta”. L'espressione di una filosofia, comprensibile e positiva, che alimenta una mentalità vincente. Arma a doppio taglio però: pare che la Juventus sia rimasta incastrata in questo assolutismo. Giorni fa, mi capitò di sentire da un tifoso bianconero queste parole: “Noi non possiamo restare tre o quattro anni senza vincere”. Peccato però che tutte le resurrezioni passino da lì. Il Milan di Pioli ha saputo costruire almeno in tre anni: da quello schiaffo a Bergamo del dicembre 2019, allo scudetto dello scorso maggio. Tagliando le spese, rimodellando gli ingaggi, implementando lo scouting, pescando talenti come Kalulu a 480.000 euro. Il Napoli, partiti Koulibaly, Maertens e Insigne, è andato a pescare Kim e Kvaratskhelia, e quasi nessuno avrebbe pensato di ammirarlo così bello e vincente. Viene da chiedersi: dov'è la Juventus quando c'è da scovare prede del genere?

Le migliori squadre di questo campionato sono tre a mio avviso: oltre ai rossoneri e al Napoli, la Lazio di Sarri. Che di certo non ha giocatori di primissimo piano, che magari non vincerà lo scudetto, ma che ha la miglior difesa del campionato e comincia a raccogliere i frutti di due anni di lavoro, anche qui un tempo dilatato. In un calcio, quello italiano, mortificato da anni nelle strutture, nei bilanci, nell'incompetenza di molti dirigenti, in una comunicazione urlata e senza contenuti, dovrebbe vincere chi ha le idee. La Juventus invece fa tutto il contrario: con un rosso di 254 milioni ha però speso cifre considerevoli per la maggior parte dei giocatori che ha acquistato. Chiesa, Bernardeschi, Vlahovic, Bremer, e via dicendo, oltre al cospicuo ingaggio a un allenatore che non ha saputo dare un'impronta di gioco decente: nelle prime quattro trasferte di campionato la Juventus ha sommato solo dieci tiri in porta in tutto.

Oltre ad aver perso quella fame e quel piglio dell'epoca Conte, ma anche del primo ciclo allegriano, la Juventus ha pensato di andare avanti tornando indietro, pratica molto in voga nel calcio italiano incapace di accettare il nuovo: i luoghi comuni nel football si sprecano, ma quello delle minestre riscaldate che non funzionano, è uno dei pochi veramente validi. Sacchi e Capello al Milan, Lippi in nazionale, ritorni eccellenti ma senza gloria, e ora Allegri. Si dice che per vincere bisogna avere una squadra, beh, ci rifiutiamo di credere che con la rosa di quest'anno, ovvero dei “pronti subito”, un altro allenatore non avrebbe fatto meglio. La Juventus deve adottare, se vorrà uscirne, i modelli altrui: diminuire gli ingaggi, mettere un tetto alle follie, e far giocare con più continuità questi benedetti giovani che fanno una fatica maledetta a trovare spazio. Che poi dovrebbe essere la ricetta per guarire l'intero calcio nazionale.

Il materiale c'è, anche perché ricordiamo che la Juventus è l'unica squadra che, quando si sbandierava la creazione delle seconde squadre dopo la mancata qualificazione dell'Italia in Russia, ha portato i fatti. La Under 23, al di là dei risultati, dimostra essere un progetto che testimonia che i bianconeri possono essere capaci a lavorare con i giovani. L'assolutismo di quella frase bonipertiana cavalcato dai tifosi però, sortisce solo effetto negativo. Si cambia tutto, si continua a cambiare tutto, perché non cambi mai nulla, in pieno stile gattopardesco. Non ci si prende una pausa, non si respira, non si avvisa i tifosi che “le trasmissioni riprenderanno il prima possibile”. Bisogna vincere, tutto e subito, salvo poi faticare per arrivare quarti e mortificandosi in Champions League, ormai divenuta una chimera dal 1996. A proposito, prendiamo il centrocampo di Berlino 2015, finale contro il Barcellona: Pogba, Marchisio e Pirlo, il giocatore di qualità scovato e rivenduto a 100 milioni, il prodotto costruito in casa e il fuoriclasse che aveva ancora molto da dare. Costo? Zero.

Il ritorno del francese e l'arrivo di Di Maria avranno portato qualche abbonamento in più (a proposito, 70 euro in curva per Juventus-PSG, un match praticamente inutile…) ma nel sottoscritto avevano causato subito qualche perplessità, perché dirlo dopo è facile. L'argentino resta un anno, ha 34 anni, una classe indiscussa ma anche 7 milioni di ingaggio. E gli infortuni ne hanno diminuito la presenza. L'ex Manchester United, fatte salve le sue qualità, è stato troppo discontinuo nell'ultima parte della sua carriera e necessita di andare a pieno regime per incidere. 

E da Lisbona, consentitecelo, esce un protagonista in negativo su tutti, ma non è la prima volta: libero da compiti di marcatura, Bonucci ha retto fin quando non ha avuto al suo fianco chi gli copriva le spalle. Ma è evidente non da ora che difensivamente il numero 19 lasci molto a desiderare, e ancor di più adesso che è rimasto solo lui a far da chioccia. Così come quando rilascia dichiarazioni: nell'estate scorsa lanciò un temerario pronostico che diceva scudetto subito e Champions League tra due anni. La Juventus non ha un leader, e lui che sulla carta potrebbe esserlo, non dovrebbe avventurarsi in questi pericolosi sentieri. Insomma, bisognerebbe roteare la manopola del volume verso il basso, sia nella gestione societaria, che nella gestione tecnica e soprattutto nella comunicazione. Solo allora, quando la Juventus avrà capito che vincere non è importante, ma costruire lo è molto di più, i bianconeri rivedranno la luce in fondo al tunnel.

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