E dunque rieccoci, Superlega seconda parte. A due anni di distanza, seppur tra una riga e l’altra fosse un argomento mai sopito, il mega torneo moderno riservato alla nobiltà europea del calcio, torna d’attualità in modo prepotente dopo la sentenza della Corte di Giustizia d’Europa. Che non ha sdoganato ufficialmente la Superlega stessa, e questo è il primo punto che è bene chiarire sin da subito, ma ha aperto alla possibilità che l’Uefa non abbia più il monopolio delle competizioni calcistiche continentali. 

Non sarà mio compito entrare nel tecnico, bensì quello di sviscerare qualche concetto che si presta al caso: in primis, quello della contrapposizione tra nostalgici e modernisti. L’ho sempre detestata, così come gran parte del campanilismo di cui è pregna l’Italia, dove tutto viene giudicato in base al tifo e ci si deve schierare su qualsiasi questione sia essa sportiva o meno. 

Ma è anche vero che non sta scritto da nessuna parte che se qualcuno ritiene il calcio di oggi, a giusta ragione peraltro, decisamente lontano dal romanticismo di un tempo, debba essere etichettato con quella orrenda parola, boomer, in voga oggi. Ciascuno di noi ha una storia personale, ciascuno di noi ha o ha avuto una famiglia, un albero genealogico, ha una storia da raccontare. 

C'era una volta la domenica pomeriggio…

Ecco, se è vero che chi non conosce il proprio passato non potrà capire il presente, custodire la storia, la memoria storica, i ricordi, le tradizioni, qualsiasi esse siano, è un dovere e dovrebbe essere un piacere. Nel calcio, scrigno enorme in cui è custodita una moltitudine di riferimenti del passato e di connotazioni nostalgiche che però hanno formato la nostra passione, a maggior ragione c’è una intera libreria da custodire e da spolverare. 

Sono stato per la prima volta a San Siro nel 1996, mio padre mi fece vedere i biglietti solo la mattina della partenza per Milano (300 km sola andata, tanto per chiarire). E abbiamo sempre osservato ogni domenica la squadra della mia città, il Ravenna, dai distinti, quando ancora le partite erano alle 14.30 in inverno e alle 16 in primavera, spostandoci verso l’altra porta se nel secondo tempo la squadra attaccava di là. Sfilando dalle cancellate il “Giallorosso”, ovvero il programma della partita. E ricordo ancora lo sponsor di quella banca che veniva sempre annunciato all’altoparlante prima della partita, senza quella orrenda musica da discoteca che ti buca le orecchie al giorno d’oggi. Ecco, datemi del boomer ora. Ma sarete voi a non capire. Diamine, voi non le avete queste storie da raccontare? Pensate solo agli “expected goals”?

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Ceferin, presidente Uefa

 

Fatta tutta questa premessa, nessuno rifiuta la modernità, il cambiamento, l’andare avanti, sempre tenendo presente, come detto, che nulla è stato deciso o pattuito. Però quando sento dire in queste ore “eh ma il calcio deve andare avanti, deve modernizzarsi”… come se non l’avessimo già fatto da tempo, sorrido. La Supercoppa Italiana in Arabia (per la quale ci si dimentica presto della vernice rossa in faccia o di tutte quelle manfrine utili sposare la causa contro la violenza sulle donne o la giustizia sociale, cose che in quei paesi non sono mai state di casa), le partite alle 12.30, i Mondiali d’inverno, gli sponsor dietro la maglia, le tournée in Usa, Cina o Giappone sempre più marcate per rimpinguare le casse, e nel 2024 all’Europeo tedesco arriverà pure il pallone con il microchip (per la verità aveva già fatto capolino in Qatar) nonché il cartellino dell’espulsione temporanea in Premier League dalla prossima stagione. 

Insomma, come si può spacciare questo calcio, infarcito infine di giocatori senza alcuna appartenenza alla maglia se non per poche stagioni prima di emigrare, come un calcio fermo a 30-40 anni fa? Processo peraltro iniziato già molto indietro nel tempo: Milan-Torino a Washington, Supercoppa Italiana del 1993, o i Mondiali del 1994 parecchio criticati per i suoi connotati pro business con partite a mezzogiorno per compiacere le televisioni. Oppure, ancora più indietro, l’affaire economico alla base di Spagna ’82: per info leggere “La partita”, uno dei più bei libri di calcio di sempre, scritto da Piero Trellini. E tanti altri esempi ancora.

Business e tradizione: una convivenza possibile

Io credo che business e tradizione possano convivere, ma la Superlega o qualsiasi altro torneo derivante dalla sentenza del 21 dicembre, riguarda solo e soltanto un motivo alla base: i soldi, gli incassi, il portafoglio rimpinguato. Come sempre. Avanzo una ottima dose di scetticismo quando sento il capo della A22 Reichart dire che tutto verrà trasmesso gratuitamente a beneficio dei tifosi. Nominati almeno una decina di volte nel suo discorso, così come in quello di Perez davanti alle 14 coppe dei Campioni del Madrid nel video istituzionale promosso dal club che sottolinea la soddisfazione per la sentenza. I tifosi, i tifosi. Paraculismo, posso scriverlo? 

europa league

I tifosi sono polli da spennare, lo sono sempre stati e lo saranno sempre, e di certo la Superlega non si farebbe per loro, anche perché, con una buona dose di sadismo, consentitemi di dire che almeno un Real Madrid-Milan di Superlega verrebbe disputato ben lontano dalla Spagna o dall’Italia. E a meno che non si sia ricchi businessmen, non sarà certo alla porta dei comuni mortali poter andare in qualsiasi stadio si giocherà. In ogni caso, tutta questa vicenda, al netto delle varie sfumature o delle varie opinioni, è quanto di più chiaro abbiano definito un paio di giornalisti di “Radio Sportiva” nel pomeriggio del 21 dicembre poco dopo la sentenza: una lotta non tra i ricchi e i poveri, ma tra i ricchi e i ricchi che vogliono diventare sempre più ricchi e azzannare la preda, ovvero quel mercato di milioni di tifosi che, oso dire, nella maggior parte dei casi per giunta non hanno storie da raccontare come quelle di cui sopra, ma sono figli della moda (fatemi capire, volete dirmi che tutti ‘sti tifosi con la maglia del Manchester City sono stati folgorati dalla storia di Trautmann o dal tacco di Law che condannò alla retrocessione i rivali dello United? O più probabile che abbiano iniziato a tifare l’altro ieri grazie allo sceicco? Sì, più probabile quest’ultima ipotesi). 

I ricchi della Superlega, ma anche il lustrini del calcio di Ceferin, certo: è o non è una Superlega mascherata quella che andrà in scena l’anno prossimo, ovvero la Champions League a 36 squadre e a girone unico? Ma c’è un altro aspetto, almeno per quanto riguarda l’Italia, che deve essere assolutamente sottolineato: pensiamo solo a quanti soldi sono entrati nelle casse dei club italiani negli ultimi anni, dai diritti tv, in pratica unica fonte di sostentamento e di pensieri omicidi nelle assemblee di Lega. Siamo arrivati a circa 928 milioni, ultime due tacche delle offerte Sky-Dazn (per la verità per il quinquennio 2024-2029 si puntava a un miliardo e mezzo, cifra nemmeno sfiorata), ma se sommiamo tutto ciò che è entrato nelle casse dei club anche solo negli ultimi dieci anni, una rivoluzione parziale o completa sarebbe potuta esserci. 

E invece secchiate di miliardi buttati soprattutto negli ingaggi dei giocatori, spesso di dubbio valore, senza lungimiranza, quella che l’Italia proprio non riesce di avere, con strutture sempre più fatiscenti e orticelli curati a modo da ogni componente del pallone. Non è forse questo il male maggiore? Cosa si è mai fatto piuttosto per cambiare rotta? Nulla.

E l’affare Yongong Li-Milan, ce lo siamo già dimenticati? Di certo ci siamo dimenticati di questo misterioso uomo dagli occhi a mandorla, messo lì in faccia alle telecamere chissà perché, in un momento in cui il Milan rischiava grosso a livello economico prima degli aggiustamenti degli ultimi anni e di un bilancio finalmente più presentabile. La colpa insomma è solo interna: mancanza di rinnovamento, debiti perenni, squadre che sopravvivono coi bilanci in rosso e vengono spacciate per “miracoli” o bellissimi semilavorati buoni per lo storytelling. Di questo bisognerebbe discutere e invece un vero e profondo cambiamento non c’è ancora stato e a questo punto mai ci sarà. 

Gravina ha fissato per l’inizio di giugno 2024, se non vado errato, la scadenza per l’iscrizione ai prossimi campionati, anticipando di un mese rispetto agli anni passati. Il motivo è presto detto: tra club non ammessi per irregolarità finanziarie, ripescaggi, “X” sul calendario (la serie C quest’anno a settembre non ce l’aveva ancora, un calendario) almeno forse arriveremo a fine luglio con tutti questi drammi risolti. Ah, a proposito di Gravina: niente serie A per chi aderisce alla Superlega, dice. Anche se fosse stato, ma davvero sarebbe potuta esistere una serie A senza Milan, Inter o Juventus? Giustizialismo e caciara del momento, null’altro. 

Ma tutto questo lo scrivo anche per spiegare che il calcio non è solo il tavolo dei ricchi: seguo per lavoro partite di Prima Categoria nel riminese, e al Santarcangelo che gioca contro Gatteo o Sant’Ermete, della Superlega non gli interessa un fico secco. Questo per dire che il calcio è uno scatolone ben più grande della superficie elitaria. 

C’è un sottobosco di dirigenti, squadre, giocatori (che spesso fanno anche un altro lavoro), organizzazioni sportive che faticano ogni giorno ad andare avanti, con mezzi modesti ma soprattutto una passione che quando verrà comprensibilmente a meno vedrà morire molte di queste realtà. Ecco perché in realtà non c’è un vero interesse nel cambiare davvero questo sport. Ecco perché, senza tacciati di essere boomer, il calcio è gioco forza popolare e democratico, con buona pace dei detrattori. 

E allora forse, pur seguendo partite ogni giorno, non abbiamo ancora chiaro il significato di questa maledetta ma adorabile malattia che ci fa gioire, sperare e disperare ogni week-end, facendoci entrare a far parte di una grande famiglia, come diceva Colin Firth in “Febbre a 90”. Ricchi contro ricchi, business is business. Ma il calcio è molto di più di questo. Quando lo capiremo?

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